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Manifesto
cinologico

Nota:

Questo documento pedagogico e cinologico vuole offrire un contributo professionale al dibattito pubblico. Non si rivolge contro le attuali iniziative di prevenzione, ma invita a riflettere in modo critico e costruttivo su alcuni contenuti — soprattutto là dove ai bambini viene insegnato a restare rigidamente immobili, a distogliere lo sguardo o a rimanere passivi come reazione standard generale.

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Perché dovremmo dare più fiducia ai nostri figli, invece di educarli alla paura

Nota:

Questo documento pedagogico e cinologico vuole offrire un contributo professionale al dibattito pubblico. Non si rivolge contro le attuali iniziative di prevenzione, ma invita a riflettere in modo critico e costruttivo su alcuni contenuti — soprattutto là dove ai bambini viene insegnato a restare rigidamente immobili, a distogliere lo sguardo o a rimanere passivi come reazione standard generale.

Un appello per una prevenzione moderna
negli incontri tra bambini e cani


Autore: Sitting Dog – Urs Rayas Zeier
Data: 11 maggio 2026
Rivisto il: 5 giugno 2026


Per premura verso ciò che abbiamo di più prezioso

Quando al mattino accompagniamo i nostri figli all’asilo o a scuola, ci accompagna un desiderio profondamente umano:

I nostri figli devono essere al sicuro.

Questa preoccupazione è giusta. È espressione di amore, responsabilità e istinto di protezione.

Anche campagne di prevenzione come quella dell’Ufficio veterinario zurighese — consultabile su https://codex-hund.ch — nascono da questo bisogno comprensibile:

I bambini devono imparare come comportarsi nel modo più sicuro possibile negli incontri con i cani.

Tra questi materiali rientrano, tra gli altri, i documenti di prevenzione dell’Ufficio veterinario del Canton Zurigo:

«Codex Hund» per la scuola dell’infanzia
«Codex Hund» per la grado medio

Essi forniscono ai bambini regole come:

«Resta completamente fermo.»

«Non guardarlo negli occhi.»

«Lascia cadere le braccia.»

Regole di questo tipo possono essere utili in determinate situazioni. Soprattutto quando un bambino viene sorpreso, è insicuro o quando un cane si avvicina troppo, un comportamento calmo può avere un effetto di de-escalation.

Ma proprio perché si tratta di bambini, dobbiamo guardare più da vicino.

La prevenzione non deve chiedere soltanto:

Come impediamo un pericolo immediato o potenziale?

Deve anche chiedere:

Che cosa imparano i bambini, a lungo termine, su se stessi, sugli animali, sulla responsabilità e sulle situazioni difficili o che richiedono orientamento e azione?

Quando, negli incontri imprevisti, i bambini imparano soprattutto a diventare passivi, a distogliere lo sguardo e a lasciare interamente ad altri il chiarimento della situazione, indeboliamo una delle loro capacità naturali più importanti: la loro intuizione, il loro orientamento interiore e la loro capacità di entrare in autentica connessione.

È quindi tempo di non costruire più la prevenzione in modo unilaterale sulla paura, sull’immobilizzazione e sull’evitamento, ma di fondarla maggiormente sulla comprensione, sulla comunicazione, sulla relazione e su una sicurezza d’azione adeguata all’età.

La vera sicurezza non nasce dall’immobilizzarsi.

La vera sicurezza nasce dalla comprensione.

1. Prendere sul serio l’intuizione infantile

Regolazione dello stress, reazione di freezing e teoria polivagale

Il Codex cane trasmette ai bambini, quando un cane si avvicina, una reazione di base fortemente passiva: restare fermi, distogliere lo sguardo, lasciare cadere le braccia e comunicare il meno possibile in modo attivo.

Dal punto di vista della ricerca sullo stress e sulla regolazione, questa strategia è troppo ristretta quando viene presentata come soluzione standard generale.

Nella moderna ricerca sul trauma e nella fisiologia dello stress, accanto alla lotta e alla fuga viene descritta anche l’immobilizzazione, o reazione di freezing, come reazione protettiva del sistema nervoso. La teoria polivagale sviluppata da Stephen W. Porges colloca tali reazioni in un modello degli stati autonomici, in particolare in relazione alla sicurezza, alla comunicazione sociale, alla mobilizzazione e all’immobilizzazione.

Questo modello è influente nel discorso specialistico, ma è anche oggetto di discussione scientifica. In questo manifesto esso serve quindi come quadro interpretativo — non come spiegazione unica.

Proprio per questo, nel lavoro di prevenzione con i bambini è decisivo non fissare un unico comportamento come soluzione generale.

Quando ai bambini viene trasmesso che, a contatto con i cani o in situazioni di incertezza, devono soprattutto restare immobili, distogliere lo sguardo e attendere, il bambino riceve l’impressione che la propria percezione, la propria intuizione e la propria capacità di agire siano meno importanti del rimanere passivi.

Eppure, di norma i bambini hanno una sensibilità fine verso l’altro. Percepiscono stati d’animo, movimenti, tensioni e segnali relazionali. Questa capacità non è un pericolo da reprimere. È una risorsa che dovrebbe essere accompagnata, formata e rafforzata.

Se insegniamo ai bambini, per principio, a interrompere ogni comunicazione e a considerare gli esseri viventi principalmente come una minaccia, rischiamo di indebolire la loro autoefficacia. Non promuoviamo necessariamente sicurezza, ma piuttosto ritiro, diffidenza e immobilizzazione interiore.

Dobbiamo ai nostri figli il rafforzamento della loro intuizione, del loro orientamento interiore e della loro capacità di comunicare in modo calmo e sicuro — non la loro repressione.

Inquadramento specialistico

Questa sezione si riferisce a concetti fondamentali della fisiologia dello stress e della ricerca sul trauma, in particolare alle reazioni di lotta, fuga e freezing, nonché ai modelli del sistema nervoso autonomo.

La teoria polivagale di Stephen W. Porges viene qui menzionata come utile quadro interpretativo, pur essendo scientificamente discussa in alcune sue assunzioni fisiologiche.

Per l’affermazione centrale sostenuta qui, non è quindi decisivo che un determinato modello sia confermato in modo completo. Decisiva è piuttosto la domanda pedagogica e preventiva:

Davvero l’immobilità fredda e totale dovrebbe essere insegnata ai bambini come reazione standard negli incontri con i cani — oppure i bambini hanno bisogno di possibilità d’azione più differenziate, costruttive e adatte alla vita quotidiana?

2. Il paradosso della «statua»

Asincronia biochimica, microgesti e lacune di risonanza

L’istruzione di comportarsi con calma mentre un bambino vive interiormente paura, incertezza o forte tensione crea una discrepanza significativa tra comportamento esteriore e stato interiore.

Uno studio della Queen’s University Belfast — pubblicato su PLOS ONE nel 2022 — indica che i cani possono percepire lo stress umano attraverso composti organici volatili presenti nel sudore e nel respiro.

Tuttavia, i cani non reagiscono soltanto agli odori. Leggono l’intero campo dell’incontro: tensione corporea, ritmo del respiro, direzione dello sguardo, intenzione di movimento, microgesti, distanza, postura e orientamento sociale.

Quando un bambino resta lì «come una statua» mentre interiormente è fortemente teso, non si genera un chiaro segnale di rilassamento.

Verso l’esterno, il bambino rimane immobile.

Verso l’interno, lo stato di allerta aumenta: respiro, tensione muscolare, sguardo, postura, segnali olfattivi e minimi impulsi di movimento raccontano un’altra storia.

Esattamente tra questi due livelli nasce la lacuna di risonanza.

Questa lacuna è il punto decisivo. Un cane non percepisce soltanto che un bambino sta fermo. Percepisce anche come questa immobilità appare: rilassata, bloccata, congelata, incerta, tesa o contraddittoria.

Un bambino esteriormente immobile, ma interiormente in allarme, non invia un segnale chiaramente calmo. Invia un segnale contraddittorio.

E la contraddizione crea insicurezza.

Il risultato non è una vera sicurezza, ma una forma ingannevole di controllo:

Esteriormente immobile, interiormente teso, socialmente ambiguo.

Il vero obiettivo di una prevenzione contemporanea non deve quindi essere quello di rendere i bambini esteriormente immobili. L’obiettivo deve essere quello di renderli più sicuri, più leggibili e più capaci di agire — interiormente ed esteriormente.

Una prevenzione moderna deve insegnare ai bambini, in modo adeguato alla loro età:

  • a respirare con calma, ritmo e determinazione,
  • a percepire la distanza e le possibilità di allontanamento,
  • a non reagire in modo frenetico nelle situazioni tese,
  • a incontrare un cane con rispetto e a non metterlo mai sotto pressione,
  • a non avvicinarsi frontalmente a un cane al guinzaglio o costretto in uno spazio ristretto,
  • a percepire i microgesti del proprio corpo,
  • a interpretare correttamente il linguaggio corporeo del cane e i suoi segnali di pacificazione,
  • a prendere sul serio la propria paura o irrequietezza senza esserne sopraffatti,
  • ad agire nei casi seri e a chiedere aiuto senza cedere la propria percezione,
  • e a disinnescare una situazione difficile non attraverso una passività rigida, ma attraverso un orientamento calmo.

Questo nesso può essere condensato in un modello simbolico:

In una formula-modello semplificata, questa dissonanza emotiva — o carico allostatico (AA) — può essere espressa simbolicamente come segue:

A=i=1n(SiCiMiΔRi)A = \sum_{i=1^n} (S_i \cdot C_i \cdot M_i \cdot \Delta R_i)

Dove:

  • AA indica la dissonanza emotiva o il carico allostatico che emerge nella situazione d’incontro.
  • SiS_i indica lo stressore interno, cioè l’irrequietezza interiore, la paura o la tensione del bambino.
  • CiC_i indica il chemo-signaling, cioè i segnali olfattivi legati allo stress, come i composti organici volatili presenti nel sudore o nel respiro.
  • MiM_i indica i microgesti e i segnali corporei fini: tono muscolare, respirazione, comportamento dello sguardo, posizione della testa, impulsi di movimento, freezing, tendenze al ritiro o minimi segnali difensivi.
  • ΔR\Delta R indica la lacuna di risonanza, cioè la mancanza di un riscontro emotivo coerente tra stato interiore, comportamento esteriore, linguaggio corporeo e orientamento sociale.

Questa formula non è uno strumento di misurazione clinica, ma un supporto al pensiero: mostra come tensione interiore, segnali olfattivi, microgesti e lacuna di risonanza influenzino insieme la leggibilità di un incontro.

Quanto più forte è la tensione interiore(SiS_i), quanto più chiaramente diventano percepibili i segnali di stress attraverso l’odore (CiC_i) e i microgesti (MiM_i), e quanto più ampia è la lacuna di risonanza (ΔRi) (\Delta R_i) creata dal freezing imposto, dal distogliere lo sguardo o dall’interruzione della comunicazione, tanto più aumenta il carico emotivo (AA) nell’incontro.

Questa dinamica non significa automaticamente pericolo. Ma rende gli incontri più difficili da leggere e lascia aperta la questione di chi stia realmente guidando la situazione: il bambino, l’adulto accompagnatore, la regola rigida — o il cane.

Da qui deriva la conseguenza centrale:

La prevenzione non deve ridurre i bambini al fatto di sottrarsi a un incontro. Deve insegnare loro a rimanere calmi, rispettosi e leggibili all’interno di un incontro.

Il freezing freddo non è una strategia di prevenzione sufficiente.

I bambini hanno bisogno di percezione, senso della distanza, linguaggio corporeo, autoregolazione e orientamento sociale — proprio come i cani, del resto.

Perché la vera sicurezza non nasce dal rendere invisibili bambini o cani.

La vera sicurezza nasce quando i bambini imparano a comprendere meglio se stessi, il loro interlocutore e la situazione.

3. Risonanza interspecifica: contagio emotivo tra essere umano e cane

Gli esseri umani e i cani vivono da millenni in una relazione stretta. Questa storia comune ha segnato entrambe le parti. I cani leggono gli esseri umani. Gli esseri umani leggono i cani. Tra i due nasce un campo sottile fatto di voce, postura, movimento, aspettativa, esperienza e fiducia.

Studi moderni su quella che viene chiamata «emotional contagion» — cioè contagio emotivo tra essere umano e cane — mostrano che gli stati emotivi possono trasferirsi tra le due specie. Ricerche come quelle di Maki Katayama et al. (Frontiers in Psychology, 2019) o di Yong & Ruffman (2014) descrivono come i cani reagiscono agli stati d’animo umani, alle espressioni facciali, alla voce, al linguaggio corporeo e ai segnali di stress. L’allineamento autonomico tra essere umano e cane è stato studiato e descritto, tra l’altro, attraverso la variabilità della frequenza cardiaca e i valori di cortisolo.

Ciò significa che gli incontri tra bambini e cani non sono situazioni di rischio puramente meccaniche. Sono situazioni relazionali.

Proprio per questo, una prevenzione che tratta i cani quasi esclusivamente come potenziali fonti di pericolo e prepara i bambini soprattutto all’evitamento, al freezing e all’interruzione della comunicazione è insufficiente.

Naturalmente serve protezione.

Naturalmente servono regole chiare.

Naturalmente servono detentori di cani responsabili.

Naturalmente i bambini devono imparare a non mettere sotto pressione i cani.

Ma un cane non è soltanto un oggetto di rischio.

È un essere sociale.

E i bambini non sono soltanto corpi da proteggere.

Sono esseri umani che sentono, percepiscono e imparano.

Esiste il rischio che alcune strategie di prevenzione creino involontariamente un nuovo divario tra bambini e cani — proprio là dove l’ordinanza sui cani del 2025 tentava di chiuderne uno vecchio:

  • meno comunicazione,
  • meno rispetto,
  • meno fiducia,
  • più paura,
  • più distanza,
  • più regole.

I cani che devono cavarsela in situazioni sociali tese senza una guida umana calma reagiscono più spesso con maggiore eccitazione o con comportamenti di evitamento.

Qualcosa di simile si osserva nei bambini a cui manca un orientamento affidabile nei momenti difficili.

Un gruppo di cani sano e fondato sulla fiducia non reagisce automaticamente con aggressività a bambini che corrono, quando la base di fiducia è presente e la situazione viene guidata dagli esseri umani in modo calmo, chiaro e comprensibile.

La reattività che nasce da distanza imposta, blocco, costrizione spaziale o interruzione della comunicazione non dovrebbe quindi essere interpretata troppo rapidamente come «indole pericolosa» del cane.

Vale la pena osservare più attentamente:

Il problema nasce nel cane stesso?

Oppure nasce da una situazione in cui la de-escalation naturale, l’aumento della distanza e la comunicazione sono stati interrotti?

Proprio qui dovrebbe cominciare la prevenzione: non attraverso l’immobilizzazione, ma attraverso una comprensione adeguata all’età, una presenza calma, una distanza rispettosa, un linguaggio corporeo chiaro e una comunicazione ordinata.

La sicurezza non nasce dall’interruzione della relazione. La sicurezza nasce quando la relazione viene guidata in modo comprensibile, calmo e responsabile.

4. Dimensione sociale: passività appresa e disimpegno morale

La questione va oltre i singoli incontri tra bambini e cani.

Quale atteggiamento trasmettiamo ai bambini quando, nelle situazioni difficili, insegniamo loro soprattutto:

«Resta fermo.»

«Distogli lo sguardo.»

«Non fare nulla.»

«Aspetta gli adulti.»

Naturalmente i bambini non devono risolvere ogni situazione da soli. I bambini hanno bisogno di protezione, accompagnamento e adulti che si assumano la responsabilità. Non è questo il punto.

Il punto è qualcosa di più sottile: che cosa impara a lungo termine un bambino su se stesso quando sperimenta ripetutamente che la propria percezione, la propria intuizione e la propria reazione contano meno del rimanere passivo?

Quando i bambini imparano sistematicamente, nell’incertezza, a ritirarsi interiormente, a distogliere lo sguardo e a lasciare interamente ad altri il chiarimento della situazione, può nascere un atteggiamento di fondo problematico: la sicurezza non viene più compresa come qualcosa che nasce dalla percezione, dalla relazione e dall’azione responsabile — ma come qualcosa che viene prodotto esclusivamente dal ritiro, dal controllo e dall’autorità.

Questo indebolisce l’autoefficacia.

Indebolisce il coraggio civile.

E indebolisce la capacità di chiarire insieme le situazioni difficili.

A livello sociale, questo tocca il noto fenomeno psicologico della diffusione di responsabilità: la responsabilità si distribuisce talmente tanto tra competenze, regole e procedure che, alla fine, quasi nessuno si sente davvero responsabile — anche se tutte le persone coinvolte vogliono in realtà fare la cosa giusta.

Soprattutto nelle professioni di aiuto, educative, mediche e amministrative, questa contraddizione interiore può pesare molto. Persone che vogliono proteggere, accompagnare, insegnare o curare si trovano talvolta in strutture in cui devono applicare regole che non sempre coincidono con la propria percezione e competenza professionale. Da ciò nasce il disimpegno morale — non per cattiva intenzione, ma come conseguenza di sistemi che lasciano troppo poco spazio alla differenziazione professionale.

Una prevenzione che punta sulla passività e sulla delega indebolisce intuizione e autoefficacia. Una prevenzione che punta sulla comprensione, sulla relazione e sulla comunicazione chiara rafforza un collettivo capace di agire e di assumersi responsabilità.

La prevenzione non deve rendere le persone più piccole.

La prevenzione deve renderle più capaci.

5. La prevenzione comincia dall’educazione — da entrambe le parti

Una prevenzione che funziona davvero non comincia dal contenimento dei pericoli. Comincia dalla comprensione dei nessi.

Questo vale per i bambini: non imparano attraverso i divieti, ma attraverso la comprensione. Chi capisce perché un cane ha bisogno di distanza, perché il linguaggio corporeo conta e perché una presenza calma produce più effetto dell’immobilizzazione, non agisce per paura, ma per competenza.

E un agire competente è più affidabile di uno stare fermi per obbedienza alla regola.

Questo vale allo stesso modo per i cani: un’educazione di base che si affida troppo alla meccanica della ricompensa, ai comandi e al controllo esterno produce cani che, sotto una guida familiare e in un ambiente familiare, funzionano certamente bene — ma che nei momenti imprevedibili non trovano un sostegno interiore sufficiente e possono persino produrre l’effetto opposto.

Ciò di cui un cane ha bisogno non è soltanto un repertorio di comportamenti appresi. Ha bisogno di comprendere la situazione, di fidarsi del suo umano, di un sistema di comunicazione chiaro e dell’esperienza che la guida sia affidabile, calma e comprensibile.

Qui emerge un’importante asimmetria, che deve essere urgentemente messa in discussione.

Con i bambini, la prevenzione parte fondamentalmente dal meglio:

I bambini sono capaci di imparare, di svilupparsi e di essere degni di fiducia. Si ritiene che siano in grado di comprendere, crescere e assumersi responsabilità — anche mentre li si protegge.

Con i cani, invece, la logica preventiva dominante comincia spesso dall’assunto opposto:

L’animale è un potenziale pericolo che deve essere contenuto, controllato e indirizzato attraverso l’addestramento entro binari sicuri.

Questa asimmetria ha conseguenze — non solo regolatorie, ma anche neurobiologiche e relazionali.

I cani non pensano in concetti astratti di sicurezza. La negazione è loro estranea come concetto linguistico-astratto. Un cane non comprende un divieto come categoria morale o giuridica. Legge stati, immagini, tensioni, movimenti, odori, aspettative e segnali relazionali.

I cani non elaborano in primo luogo una semantica astratta, ma il feedback biochimico e microgestuale immediato del loro interlocutore. Quando l’educazione o la prevenzione si concentrano in modo contratto su ciò che non deve accadere, nell’essere umano si forma facilmente un’immagine interiore di pericolo, controllo e correzione. Il cane legge a distanza questo stato di allerta. Non comprende il concetto intellettuale che vi sta dietro, ma registra: «Il mio umano è teso. Dunque questa situazione è significativa — forse minacciosa.»

Nella teoria dei sistemi si parla del cosiddetto effetto cobra:

Il tentativo di prevenire un rischio attraverso puro controllo ed evitamento produce proprio quelle condizioni neurobiologiche e relazionali nelle quali il rischio prende forma.

Il pericolo non viene eliminato. Viene co-formato come immagine d’attesa — nell’essere umano, nel cane e sempre più anche nel bambino.

Quando l’intera educazione ruota, nel suo nucleo, attorno all’evitamento dei pericoli, quando ogni situazione di esercizio e ogni ricompensa è caricata dall’immagine interiore di minaccia, controllo e correzione, è proprio questa immagine ad ancorarsi nell’animale.

Non sicurezza.

Non fiducia.

Ma l’aspettativa sottile che il pericolo sia lo stato normale.

Eppure proprio questa sottomissione mostra qualcosa di essenziale: di norma, il cane cerca innanzitutto la via pacifica. Vuole evitare il conflitto. Offre segnali di pacificazione. Cerca sollievo sociale.

Quando però questa disponibilità viene sovraccaricata in modo duraturo da pressione, frustrazione, costrizione o guida poco chiara, la pacificazione si trasforma in tensione interiore. Dall’adattamento nasce il blocco. Dalla sottomissione nasce il sovraccarico. E da un tentativo pacifico di evitamento può nascere quella reattività che in seguito viene troppo facilmente attribuita, erroneamente, all’«indole» del cane.

Una relazione stabile tra essere umano e cane non si fonda su una dominanza rigida. Si fonda su una responsabilità situazionale.

Nel bosco può essere il cane a essere più vigile, a leggere i sentieri, a valutare il terreno e a vegliare sul suo umano. In città è l’essere umano a ordinare traffico, densità, stimoli e regole sociali, e a vegliare sul cane.

Questo non è arbitrio. È un ordine vivo e dinamico.

La guida, quindi, non significa sottomissione. Una guida ordinata significa assumersi la responsabilità nel momento giusto — in modo comprensibile, calmo e affidabile.

Un cane che rimane calmo a partire dalla comprensione, dalla fiducia e dal legame è un interlocutore diverso da un cane che ha imparato a reprimere gli impulsi finché la ricompensa è in vista.

Un cane che impara davvero a leggere il suo umano, il suo ambiente e la situazione sociale è più stabile nelle situazioni impreviste di un cane che aspetta soprattutto la propria ricompensa e riceve il mondo solo attraverso la sua persona di riferimento.

La prevenzione deve quindi fondarsi sulla comprensione da entrambe le parti — nel bambino come nel cane. Sui nessi invece che sulle checklist. Sulla relazione invece che sul controllo. Sull’orientamento invece che sul semplice condizionamento.

Conclusione: la vera sicurezza nasce dalla capacità di agire

Dal comprensibile desiderio di sicurezza nascono talvolta, involontariamente, nuovi divari: tra bambini e animali, tra detentori di cani e autorità, tra prevenzione e relazione.

Ma sicurezza e fiducia non sono opposti. Si presuppongono a vicenda.

Una prevenzione moderna non deve educare i bambini alla paura e all’immobilizzazione. Deve rafforzarli nella capacità di stare al mondo in modo vigile, calmo, empatico, orientato e capace di agire.

Questo non è in contraddizione con gli sforzi di protezione esistenti — ne è lo sviluppo coerente.

I bambini devono imparare a riconoscere i pericoli senza perdersi interiormente. Devono rispettare i limiti senza temere in modo generalizzato gli esseri viventi. Devono poter chiedere aiuto senza dover rinunciare alla propria percezione. E devono incontrare i cani con rispetto — non ingenuamente, ma con uno sguardo aperto e una postura chiara.

Una prevenzione contemporanea, informata dalla scienza, non protegge i bambini rendendoli invisibili.

Protegge i bambini rendendoli capaci di percepire, di rimanere calmi, di essere rispettosi, di comunicare, di orientarsi e di restare in connessione — e di comprendere gli esseri viventi non solo come rischio, ma come interlocutori.

La vera sicurezza non nasce dall’immobilizzarsi.

La vera sicurezza nasce dalla comprensione, dalla relazione e dalla responsabilità vissuta — il fondamento autentico della sicurezza interiore e della fiducia in se stessi.